Rain sound

I love to work with my window open while it is raining. The sound of rain on the leaves, on the roofs, on the ground, is a natural counterpoint to the electromechanical typing clicks. The cold breeze that enters the window from time to time makes me shiver like a low voltage shock. I sneeze, losing the thread of what I was writing, then find it again and the reprise of the rhythmical clicks goes on.

Writing a thesis

…takes time, is stressing, is hard, is fun.

I’m defending on July 13th. =)

Per concludere

Non mi andava proprio di lasciare gli Stati Uniti senza scrivere un ultimo post sul blog. Non so se ce ne sia davvero bisogno, in fondo per i prossimi cinque quattro X anni andrò avanti e indietro da Providence, grazie a causa del mio dottorato a Brown. Non mi sento quindi (e questa è la terza frase di seguito che comincia con non) di dire che sto tirando delle somme, quanto che questo è un post di saluto, visto che, almeno finchè non torno qui, non manderò più spam avvisi di nuovi post.

Lunga introduzione per dire solo questo: grazie a tutti i lettori per il supporto lasciatomi sotto forma di lettura e di commenti in questi lunghi-corti mesi. È stato per me un bellissimo modo per sentirvi più vicini.

Ci vediamo presto a casa.

P.S. Sì, oggi ho un po’ abusato delle parole barrate, chiedo venia.

On blogging habits

I was skyping with my gf today (Yes, I have a gf! Yay!), and she asked my why I haven’t posted anything on my blog lately. My last blog entry is from May 2nd, which, in my opinion, is not so far in the past, but still, it is far enough to make someone asking me why there were no news on the front page.

Anyway, I will not tell any news in this post (well, I already did by telling you I have a girlfriend, but this is all you’ll get from me!). This post will be about blogs.

I wonder whether my blogging habits changed in the last few months because of Facebook. Some of you may use Facebook, others may use Twitter, others may do both (I don’t, but I do Facebook). Some of you had a blog before that and may be you still have it. Do you still update it as regularly as you have been doing for the last few years, before all these microblogging platforms appeared? Some of my friends who used to have a blog almost completely dropped them as they began using Facebook. Others only seldom post anything. What about you? My personal experience is that I see my blog in a different way now. In the past my blog was what my Facebook status is now, the only difference being that it was updated way less regularly and anyone could read it. I spoke about things I had been doing during the day, about feelings, about friends, about school and so on. Sometimes the post was 20 lines long, some other times it was 5 or less. I posted pictures on the blog. I don’t post pictures anymore because Providence is not such a photogenic city (not as much as any Italian city anyway), or at least I still have to discover its beauty, if it has one. In the last year I’ve been writing blog posts in Italian, after something like 3 years of English-only posts. In the last year, my posts became longer, sometimes too much longer, and they talked more about philosophy and society than about my life (or better, they talked more about my life as an experience of philosophy and society). I received much more comments on those posts, which I took as a good sign of appreciation by my readers (most of which are my friends in life). I am really happy of this change, but it is a change, which means I got something but had to leave something else. And what I left are “the good old blog posts” about what I have been doing during the day. I miss them, so I’ll start writing them again soon.

I care much more about my blog than about my Facebook status. First of all, my blog will last longer. I can take it offline, convert it to LaTeX and print it as if it was a real journal. Which it actually is! My blog is almost 7 years old. I got Internet connection 8 years ago. My blog must be important to me. But I feel like people are stopping blogging because of Facebook. If you are stopping too, think carefully before doing that: your blog will last longer than FaceBook and Twitter. You can take it offline and read it 20 years from now. Keep on blogging!

My girlfriend told me something else about my blog which I never thought about before: she read some of the old blog posts, most of those marked as Personal. Apart from this being an act of courage for my girlfriend (hi there!=) ), it is something really interesting. Think about it. People don’t stop reading at the end of the front page of your blog. They dig into the archives. They read the posts you forgot about long ago, probably the day after you wrote them. This is great. You may do the same and think about how much you changed since you posted that article. I love doing this. Do you think you can do the same with the Facebook status? or with your Twitter-whatever? Do you think you’ll be able to do that forever? With a blog you can! =)

Love your blog, and write, write, write…

Comments are most welcome, as always, but even more this time… =)

Books I’ve been reading lately

The following list is not sorted according to any criterium (subject, date, author,…) but randomness.

  • Seneca – Epistulae morales ad Lucilium
  • Charles Baudelaire – Les Fleurs du mal
  • Neil Gainman – American Gods
  • Eli Upfal & Michael Mitzenmacher – Probability and Computing :)
  • Paul Auster – Oracle Night
  • David Vestal – The Craft of Photography
  • Gopal K. Kanji – 100 Statistical Tests :) ))
  • Walter Benjamin – The Work of Art in the Age of Mechanical Reproduction

As a plus, a brief list of some books I am going to read in the near future follows. I still haven’t make up my mind about which book to read first, so suggestions are encouraged and appreciated. =)

  • Friedrich Nietzsche (Editors: Keith Ansell Pearson and Duncan Large) – The Nietzsche Reader
  • Paul Feyerabend – Against Method: Outline of an Anarchistic Theory of Knowledge
  • Ernest Hemingway – Across the River and into the Trees

Colazione da Starbucks

Dall’angolo privilegiato di uno Starbucks, guardo la Quinta Strada. Non i grattacieli modernisti, decò o futuristi, non le vetrine barocche, novelli ambienti rocaille, ma il dinamismo collettivo, il moto browniano macroscopico di uomini, automobili, taxi, altri uomini, altri taxi.

Mr Starbuck, nel Moby Dick di Melville, è il coscienzioso quacchero primo ufficiale del Pequod. Egli osserva e cerca di opporsi alla follia di tutto l’equipaggio, che trae origine da Ahab. In questo momento mi sento similarmente spettatore di un’enorme danza dionisiaca laica e quindi inutile perché svuotata del suo significativo rituale. Ma non per questo mi sento in diritto di sottrarmi dal partecipare.

Il mio Grande Cappuccino™ è troppo caldo e guardo la strada nell’attesa di poterlo sorseggiare senza bruciarmi.

Se contassi le sagome gialle dei taxi che sgasano sull’asfalto dovrei concentrarmi sulle decine ed ignorare le unità: come api sciamano sul reticolo di Manhattan pronti a cogliere il segno di una mano alzata. Ho la strana idea che ci siano più nazionalità rappresentate tra gli autisti di New York che sui seggi delle Nazioni Unite.

Nel mio angolo di Starbuck, sulla Quinta Strada, siamo in quattro. Alla mia sinistra uno stock trader sudcoreano controlla le quotazioni di Google Inc. (NASDAQ:GOOG) su un portatile Compaq. Davanti a me un homeless siede sulla poltrona in similpelle con la stessa eleganza di un membro del Knickerbocker Club. Sorseggia lentamente l’unica bevanda calda che può permettersi, degustandola in profondità. È l’unico qui dentro ad avere due bicchieri davanti a sè: uno per il caffè e l’altro per le monete. Già dal mio posto, a poco più di un metro, il rame e il nichel di cents e dime si confondono in un color caffelatte che predice il loro destino. Finita la bevanda con un sorso più lungo degli altri, l’uomo senza nome e senza casa rovescia le monete da un bicchiere all’altro, con la ritualità minimalista dei gesti quotidiani. Ha le mani tatuate di lettere e di rughe.

Tra l’homeless e il trader, pala centrale di un trittico di umanità urbana, una donna di cinquant’anni legge un romanzo lasciando tracce di rossetto sul suo Latte™.

Il rumore delle ordinazioni alle mie spalle è più fastidioso della monodia del traffico, mantra del XX secolo, ma riesco ancora a concentrarmi sulla Strada, allo stesso tempo cardo della cadente civiltà occidentale e decumano della civiltà che verrà, qualsiasi sia l’aggettivo che le verrà appiccicato in seguito, con lo stesso valore di un adesivo su un cartello stradale.

A Jena, Hegel scrisse di aver visto in Napoleone lo Spirito del mondo. Io lo sto forse osservando ora questo Spirito, diffuso su tutti i partecipanti di questa scena corale, opera di un regista dall’estetica troppo ermetica per essere compresa da un singolo. Lo splendore e i lati oscuri dell’Weltseele scorrono su noi e si alternano, come il sole e l’ombra illuminano e nascondono i passanti nella scacchiera reticolata di Manhattan.

Lascio un dollaro a fianco del bicchiere del senzatetto, ed esco ad assaporare la fredda aria primaverile, sulla Quinta Strada di Manhattan.

Da casa al dipartimento

Ho appena chiuso la porta, e l’odore dell’aria dopo una notte marzolina di pioggia pervade la mia mente.

L’olfatto è un senso incontrollabile. Possiamo scegliere di non toccare qualcosa, di non sentire, di non guardare, di non gustare, ma è difficile non cogliere il sapore dell’aria che ci circonda.

Ho appena chiuso la porta, e non mi trovo più a Providence, ma in una foresta dolomitica. È un mattino di agosto. Il sole illumina il sottobosco infilando i suoi raggi tra gli squarci della cupola di rami e tronchi. L’erba è bagnata. Odore di muschio e resina. Di sacco a pelo. Di zaino.

Providence sta sull’oceano. Certe sere di novembre, uscendo dal dipartimento, ho respirato la salsedine portata dal vento. Il porto è vicino e il vento ne porta gli odori fino a College Hill.

Scendo lungo Bowen Street. Per strada nessuno. Sono le otto del venerdì mattina di spring break, la settimana di pausa. La collina è deserta.

Strana usanza lo Spring Break: una settimana di pausa a metà semestre. Gli undergrads, gli studenti del college, vanno in Florida, in California, alle Hawaii, a Porto Rico. Io l’ho passata in dipartimento, 10-11 ore al giorno. È un’ottima settimana per recuperare il lavoro arretrato:nessuno disturba, non c’è passaggio in corridoio, ho la libertà di ascoltare Shostakovich senza la clausura degli auricolari.

Giro a destra, in Brown Street, evitando le pozzanghere. Ieri ho messo le mie Clarks marroni, dopo l’inverno. Alla sera è piovuto e le ho bagnate. Oggi indosso le sneakers. E una giacca di velluto a coste. Occhiali da sole, ancora nessuno per strada. Immagini di una mattina dopo la pioggia: gocce e cromature fanno splendere le carrozzerie finalmente pulite, il molle terreno di un giardino mostra boriosamente il suo color marrone, scuro e grasso. Uccelli cantano alla primavera e al sole. O alla pioggia passata. Entro in Pembroke College.

Le case di Brown Street, e di tutta College Hill, e di buona parte di Providence, sono di legno. Ma non di legno vero come potrebbe essere un tabià di montagna. Molti edifici dell’università sono in mattoni rossi. Questi tizi che curano l’edilizia universitaria sono ossessionati dai mattoni rossi. Pembroke College è in mattoni rossi, ma è stato costruito nell’Ottocento. Sidney Frank Hall, il dipartimento di Biologia, è in mattoni rossi, ma è stato costruito cinque anni fa. E poi questi mattoni sono troppo rossi.

Quando entro in Pembroke College da Brown Street passo davanti ad un angolo che avrebbe fatto felice la Società dei Poeti Estinti. C’è platano e una panchina, che d’autunno si copre di foglie. E attorno alla panchina altre foglie, rosse, gialle. Se ci fosse una siepe davanti, potrebbe essere il Tabor, ma davanti c’è un sentiero. Se ci si siede sulla panchina, alla mattina, si vedono arrivare gli studenti per le lezioni. Io non mi ci sono mai seduto. Mi ci siedo oggi, che gli studenti non ci sono. Indosso una giacca di velluto a coste marron chiaro sopra un maglione a v rosso. In testa, un flat hat scozzese. Pembroke College. Quando mi allontano, uno scoiattolo si muove sull’albero di fronte.

E:”Che albero è?”
[...]
V:”Non lo so. Un salice.”
E:”Andiamo a vedere.”

Ci sono alberi che non riconosco qui a Providence e altri che mi sarebbero familiari probabilmente non crescono qui. Mai visto robinie pseudoacacia, ad esempio. Mah.

Scendo tre gradini, costeggio l’aiuola, scendo altri tre gradini. Meeting Street. Nessun’auto. Attraverso. È stato D’Annunzio a stabilire che “automobile” è di genere femminile. Passo sotto i lampioni di Sidney E. Frank Hall. Luci e rumori in lontananza. Blu. Rosso. Blu. Pompieri. Rumore. Camiondeipompieri in manovra.

L’italiano dovrebbe avere una parola per quello, per Camiondeipompieri. Sono certo che il tedesco ce l’ha. La dovrebbero scegliere i bambini. Ogni bambino dovrebbe voler fare il pompiere, prima o poi. Qualcuno lo fa veramente poi.

Il camion dei pompieri di Providence è proprio uguale ad un modellino che avevo da piccolo. E anche la stazione dei pompieri è come era descritta in un libro che leggevo da bambino. Chissà dov’è ora. Credo nella libreria grande in camera mia a PD.

Sono in Waterman Street. Qui ci sono le auto. La Science Library torreggia sopra di me. Dovrei parlarne in un post sul blog, prima o poi. Attraverso Thayer St.

Thayer St è il cuore di College Hill. Un cuore un po’ piccolo, scarno e a volte squallido. C’è però un bellissimo cinema, uscito dagli anni ‘50, poltroncine di vellutino rosso, audio mono, schermo piccolo. Si chiama Avon. Ieri ho visto Sunshine Cleaning.

Sono arrivato, potrei entrare da dietro, ma non lo faccio mai. Sopra l’ingresso principale la scritta:“Thomas J. Watson Sr. Center for Information Technology”. Thomas J. Watson Sr. è il fondatore di IBM. Nessuno nell’ingresso, nessuno nell’androne. L’odore del cibo cinese consumato da molti studenti pervade l’aria anche dopo una settimana.

Preferivo di gran lunga l’odore della mattina dopo una notte di pioggia, appena ho chiuso la porta.

Productivity measure

I don’t know whether the same goes for other grad students / scholars involved into theory, but it looks like my level of productivity can be measured by the amount of bloc notes sheets I throw in the recycle bin at the end of the day.

Most probably, if you are really good, you don’t throw any sheets away at the end of the day and you even use fewer sheets.

Conclusion #1: if you’re good, you’re more nature friendly.

Conclusion #2 (more a Conjecture): I’m not that good. :)

Tempo!

“Time out!”

Di tanto in tanto chiedo a me stesso di sospendere la partita per 10 minuti e sono così magnanimo da accordarmi sempre l’interruzione. Mi fermo, mi stendo sul letto e penso. Penso al passato e penso al futuro, lasciando da parte l’attimo presente. Non sarò mai un bravo cavaliere Jedi.

Ultimamente mi capita più spesso. Esperienze, progetti, persone, oggetti, libri, frasi, cibi, sapori e odori si fondono insieme in un paesaggio onirico come i lavori di Dalì. Le leggi della fisica dello spazio e del tempo vengono abrogate per un istante eterno che dura due, cinque, dieci minuti.

Noncuranti della loro reciproca incompatibilità temporale e di interessi, Seneca e Baudelaire discutono dell’ottimalità del Chernoff Bound con Jon Kleinberg, nella mia aula di terza elementare. L’ansia da pubblicazione, patologia epidemica tra chi fa si illude di fare ricerca, diventa carne davanti a me, nelle forme, abiti, fragranza e cortesia di un malgaro cadorino che strepita:

“È vostro questo ombrello? È qui da vent’anni!”

Nel contempo la mia stanza si trasforma in una scacchiera infinita su cui la Morte del capolavoro di Bergman balla un tango appassionato con Maria Callas, al suono della Dance Macabre di Camille de Saint-Saëns, performance extraordinaire della Blues Brothers Band diretta da Corto Maltese…

…Forse ho mangiato un po’ troppo oggi, dall’Indiano…….. :-)

Self description

It took me a while, but I eventually updated my About Me page. =)

P.S. I have at least 5 more ideas for blog posts but I’m lacking the brilliant idea to make them interesting.