Goals

Here we are again: the {end of | new} year post on what I achieved in the past year and what I want to accomplish in the coming one. 2009 edition is here: Drops of goals.

Of the goals listed for 2009 in the linked post, I manage to achieve the following:

  1. My thesis was not so bad. I am almost satisfied with it, although the paper is not ready yet :(
  2. I’m a Ph.D. student at Brown University and will hopefully advance to candidacy by the end of the academic year.
  3. I wrote a lot of code during the past year, but it was mostly for experiments on my research work or for course projects. I think my partecipation to the FreeBSD project can be improved and have some plans about it.
  4. I like my posts and other people seem to like them too, from what I can tell from the comments. Thanks everyone.
  5. Eventually, thanks to AS220, I learned how to develop and print my black and white films. I still have a lot to learn but at least I know the basis and can and do develop and print on my own. Yay!
  6. I didn’t read much, if at all, from my Books’ whishlist, but I read a lot of books anyway. A book I really liked (and read twice) is “American Gods” by Neil Gaiman.
  7. Last, but most important for me, the relationship I was referring to was “finalized” in the best possible way. I will not give any additional details. Who knows about it, knows about it. Who doesn’t, won’t.

Some goals for 2010:

  1. Get a paper published
  2. Complete my coursework, do good research, and advance to candidacy
  3. Lose weight. My girlfriend and my family made me promise that I will lose at least 10 Kilos. More is better. I’ll try hard.
  4. Improve my photographic skills, from capture to development to printing.
  5. It seems to always come last in the list but it is the first in my heart and head: further develop my relationship with Marta.

That’s all for now. See you next year. =)

Post del nuovo anno

Come ogni anno, farò un post sugli obbiettivi raggiunti e su quelli non raggiunti nell’anno passato. Ne aggiungerò di nuovi per l’anno venturo.

Ma non oggi. Aspettate :P

Ritornando…dove?

Oggi dovrei partire verso Padova. Ho il treno da Providence alle 2.56 e dovrei atterrare a Venezia alle 12.05 di domani. Dico Ho il treno” ma Dovrei tornare” perché non sono certo di decollare (si sta avvicinando una tempesta di neve da sud) e nemmeno certo di atterrare a VCE (adesso come adesso lo scalo è chiuso, spero lo riaprano per domani).

Ho anche scritto “verso Padova”. Forse avrei dovuto scrivere “verso casa. Ma è davvero così? La negazione di Padova come mia casa potrebbe sembrare forte e non mi sento ancora in grado di sostenerla, ma consentitemi di avere dei dubbi. Cosa è casa? L’anno scorso ho scritto:[...] sto viaggiando perché solo chi parte può trovare nuovi posti da cui tornare, a cui tornare.” In un altro post ho scritto pure:[...] oltre l’oceano c’è sempre Casa, in qualsiasi direzione si guardi.” Oggi non so bene dove sia casa mia. O forse lo so ma sto cominciando a considerare Providence un’altra casa.

Forse è normale, forse è necessario che sia così, come era necessario che scrivessi quello che ho scritto l’anno scorso. Oggi, con la possibilità, e forse il dovere, di guardare la mia vita con un’orizzonte temporale futuro di quattro anni, mi sento attaccato alle mie quotidianità americane forse più di quanto possa esserlo alla mia vita in Italia. Quando torno a casa (ecco vedete, ho detto casa parlando di Padova, mentre prima non mi era riuscito di dirlo!) mi è difficile ritrovare il quotidiano, il tran tran da cui solitamente si cerca di fuggire e che io invece anelo quando sono lì (e dico perché non è (ancora) qui, ed è più vicino a voi lettori che a me). A causa di questa visione (o forse causa di questa visione, distinguere cause ed effetti nella propria vita non è facile) anche la mia vita qui a Brown è cambiata. Se l’anno scorso cercavo di vivere ogni giorno qui come se fosse l’ultimo, di assorbire il più possibili dalle esperienze anche quotidiane e normali, di sguazzare il più possibile nella salad bowl americana (vedi post linkati sopra), quest’anno vivo una vita fatta di ritmo blando e cadenzato. Sarà che il carico di lavoro è maggiore, sarà che, venendo pagato, sento il dovere di lavorare di più, sarà semplicemente che ho un obbiettivo e voglio realizzarlo, ma quest’anno non cerco di vedere un posto nuovo ogni weekend, di esplorare una parte diversa della città ogni mese, non pianifico gite, non organizzo cene, non vado a feste il venerdì, a giocare a calcetto il sabato, e a squash la domenica. Non lo faccio perché…perché…perché “c’è sempre tempo per farlo”. Non è questo forse uno dei sintomi più evidenti di essere a casa ? Spesso gli abitanti di una città sono i suoi peggiori conoscitori, della sua storia, della sua vita, degli eventi, e delle manifestazioni che in essa hanno luogo. Perché? Perché in fondo per loro c’è sempre tempo di vivere la propria città. Pur senza valutare questa osservazione, risulta chiaro che essa è appunto uno dei sintomi dell’essere a casa. Ce ne sono altri e me li sento addosso, ma non mi voglio dilungare.

Però…

Però essere a casa è diverso da sentirsi a casa. Ci si sente a casa quando intorno a te ci sono le persone che sogni nei sogni belli. Forse sono loro la casa.

Ci vediamo in Italia, e quando ci vedremo, mi sentirò a casa.

Mobile version

While looking at my stats, I saw that someone tried to read my blog using an iPhone. Since mobile users are becoming a bigger and bigger fraction of web users (I got an Android myself too) I decided to install a Wordpress mobile plugin and ended up choosing WordPress Mobile Edition (no particular reason: it just looked simply to install and having a clear interface). I may end up changing it (wp-touch anyone?).

Un bel di vedremo levarsi un fil di fumo

Dopo sette anni di blog, non ritengo problema che passino due mesi tra un post e il successivo. Alcuni dei lettori penseranno che abbia scritto l’ultima volta il 15 Settembre, ma non è così: ho pubblicato tre righe il 7 Ottobre, e poi di nuovo tre giorni fa, l’altro ieri e ieri. Ma come ho detto, anche se non l’avessi fatto, non sarebbe stato un problema. Allora perché mi sto giustificando?

Devo confessare che ho avuto un post in fieri per quasi due settimane, ma non avevo le idee chiare nel cervello, figurarsi se sarebbero riuscite a scorrere fino alle dita e a distribursi, sotto forma di caratteri, in maniera leggibile ed interessante sul mio schermo prima e su quello di chi le avesse lette in seguito. Uffa, sto ancora giustificandomi. Chiudiamola qui, e partiamo con il post vero. Sarà un post di semplice aggiornamento, visto che, pare, non do notizie da troppo tempo.

Questi tre mesi a Brown sono stati di ambientamento. Direte: ma non ci sei già stato l’anno scorso? Sì è vero. Allora lo dico meglio: questi tre mesi a Brown sono stati mesi di “ripresa del ritmo studentesco”. L’anno scorso ho fatto la bella vita: lavoravo sì tanto, ma non dover seguire corsi e avere solo una scadenza, quella per la tesi, che appariva molto lontana mi ha consentito di sedermi un po’, di portare avanti il lavoro con calma, attenzione e senza dover correre. Questo semestre è stato un po’ diverso: ho seguito tre corsi, ho cominciato un nuovo progetto di ricerca e sto cercando di portare a termine quello su cui ho lavorato per la tesi di laurea. La presenza di lezioni, compiti per casa, progetti, presentazioni, meeting, scadenze e quant’altro, non mi ha permesso di essere altrettanto rilassato e anzi molto spesso mi sono sentito molto sotto pressione. Pressione che forse mi stavo semplicemente imponendo da solo: se ti pagano per studiare e fare ricerca, ti senti in obbligo di studiare e fare ricerca, a tutte le ore. Ora che ho preso il ritmo, il semestre finisce, ma fortunatamente il prossimo sarà più leggero (meno corsi da seguire e saranno gli ultimi, un solo progetto di ricerca, …).

Riguardo al mio (poco?) tempo che passo fuori dal dipartimento: ho giocato molto poco a calcetto causa infortunio alla caviglia. Ho comprato una macchina fotografica (un’altra? diranno subito i miei piccoli lettori. Si’ ragazzi, un’altra, forse la definitiva, almeno per la pellicola). Ho seguito un corso di sviluppo e stampa presso la camera oscura di uno dei posti piu’ interessanti di Providence. Ho scattato 17 rullini di foto in meno di 3 mesi. Ho messo su Ho perso Sono rimasto uguale di peso. Ho avuto la barba corta, poi lunga, ora corta. I capelli sono cresciuti e non li ho tagliati. Ho avuto un’otite esterna e un forte raffreddore i cui strascichi mi perseguitano ancora. Non ho mi sono fatto vaccinare. Sono caduto in bici due volte. Non ho mai usato la fotocamera digitale. Ho usato quattro diverse fotocamere a pellicola.

Insomma, qualcosina ho fatto in questi due mesi. Torno il 20 dicembre, aspettatemi (vedi il titolo, ma non serve che cantiate).

Due fotine gratis dell’estate scorsa, che poi mi si dice che non si vedono più foto su questo blog.

San Gimignano
Campagna

Casera Razzo
Malgaro

Backups happens to be useful

…but setting up a valid and working backup infrastructure is usually a PITA. So, after having read some positive reviews about Tarsnap, I’m going to set it up for my personal files.

A seguire molti feed, prima o poi ci si azzecca…

…nel mio elenco di feed di Google Reader ho almeno una settantina di feed RSS. Uno in particolare sono contento di averlo, ed è quello di Sara Lando (Bruko). Ho scoperto Sara Lando per vie traverse qualche anno fa, quando ancora si chiamava solo Bruko, poi l’ho persa per un po’ nei meandri dell’Internet e qualche mese fa l’ho ritrovata fotografa professionista. Oltre a fare un tipo di fotografia che è mille kilometri distante da quella che tento di fare io, e a pubblicare ghetto-tutorial per photoshop e derivati, tiene anche un blog, e il post di oggi è, secondo me, particolarmente riuscito: Idee natalizie per regalare roba a giovani fotografi. Non che io voglia tutti gli oggetti che ci sono in quella lista ma le idee sono quasi tutte buone e originali. Perché io non vorrei quelle cose? perché ad esempio non uso Canon e neppure Nikon, non vorrei mai una Diana o una fotocamera della Fisher Price, scatto solo in pellicola quindi il color checker non mi serve, l’account pro di flickr già lo ho e pure l’abbonamento a NGM, non ho cani, etc etc…

In conclusione: Brava Sara!

Pimp my M6TTL!

Con il mio primo stipendio (sì l’*intero* mio primo stipendio) mi sono regalato una Leica M6TTL (e così ora mi ritrovo con 3 Leica…bella malattia la “Leichite perforante al portafoglio“…)

Questo post potrebbe anche avere i seguenti titoli: “Come migliorare o distruggere una M6TTL” o “Cose che farei alla mia M6TTL se il mio conto in banca fosse pasciuto almeno quanto me“. Tono: ironico.

  1. Aggiornamento del mirino a quello della MP, con aggiunta condensatore anti-flare e sostituzione vetri con quelli della MP. Costo indicativo: $500. Livello di utilità (1=max, 5=min): 2.
  2. Sostituzione bollino rosso “Leica” con bollino nero. Costo indicativo: pochi euro. Qualora si volesse utilizzare un bollino “Leitz” (da ridipingere di nero!! eresia!), il costo salirebbe di non poco. Livello di utilità: 5.
  3. Sostituzione della leva di ricarica con quella in stile MP/M3. Costo indicativo: ??? (mettiamo un $500). Livello di utilità: 2 (giudizio personalissimo e senza cognizione di causa: non ho mai usato una macchina con la leva in stile M3, ma non mi piace la plastica di quello di serie M6)
  4. Incisione Leica sul lato superiore. Costo indicativo: ??? (non voglio nemmeno immaginare). Livello di utilità: 500.
  5. Laccatura nera by Shintaro. Costo indicativo: ??? (+ costo del tempo di attesa…). Livello di utilità: 5000.
  6. Sostituzione vulcanite con pelle di emu tipo M6Tit o altro..Costo indicativo: ???. Livello di utilità: indefinibile.
  7. …consigli???

:D

Giornata lenta oggi in ufficio: domani è Thanksgiving…

Il sogno di F. P.

Voglio andare nello spazio
e gridare così forte
che nessuno mi sentirà.

Lavatrice a gettone. 26 minutes left.

Io non ero mai stato in un laundromat.

Un laundromat è una lavanderia a gettone.

Quando ci sei dentro il tempo non passa: è ciclico, come il giro dei cestelli. È scandito a blocchi di 26 minuti che scorrono in ordine decrescente sul rosso display a sette segmenti delle lavatrici. Non è un orologio, è un timer, che ti ricorda che sì, puoi prenderti quella mezz’ora scarsa di pausa. Totale. Non c’è fretta. È un timer stupendo che quando arriva a zero non suona allarmandoti come quello del microonde. Anzi, se nel ritmo ovattato degli ottovolanti per panni sei riuscito ad individuare la voce del tuo cestello, ti accorgerai del suo silenzio quando il timer segna lo zero. Intanto il tempo passa o forse non passa. Stai aspettando ma non è come alla fermata dell’autobus o sotto casa della fidanzata. Non hai la voglia pressante che l’attesa sia finita. Stai aspettando che la bussola impazzita del cestello si fermi e ti restituisca l’omnia munda. Non puoi accelerare il tempo che scorre a ritroso e nemmeno lo vuoi. Aspetti seduto sulla poltroncina quasi sfasciata, residuato di un salotto di seconda o terza mano, e guardi questo microcosmo di stereotipi umani nel luogo assurdo la cui topografia è composta da corridoi tra le lavatrici a gettone ($2.25, quarters only). C’è la proprietaria messicana, che si aggira nel covo di cubici ciclopi elettrici con il passo di un colonnello al Pentagono. C’è l’anziana coppia afroamericana: lui e lei, forti di anni di esperienza, non compiono un movimento più del necessario per estrarre i vestiti dall’asciugatrice e piegarli in buon ordine sul tavolo, in perfetta sincronia d’intenti e di gesti. Ci sono gli studenti. Puoi indovinare l’esclusività del loro college dalla qualità dell’abbigliamento griffato con lo stemma dell’università. Ma tutti indossano le stesse scarpe. Io sto seduto sulla poltroncina, mi puoi vedere se sbirci sopra l’ultima batteria di pezzi, ehm, di lavatrici. Osservo la scena sollevando gli occhi da Ossi di Seppia. Oggi ho ricevuto la mia iniziazione in questo tempio laico americano senza misteri. Sarei venuto prima se avessi saputo che avrei trovato qui, nel più pluralista dei luoghi, il momento intimo necessario per la lettura del tesoro lirico di Montale, ambrosia da gustare nella singolarità del proprio io.

Mi alzo, la mia pausa è finita: i miei vestiti sono considerati puliti ora. Non so chi, ma qualcuno ha deciso che non serve lavarli più di 26 minuti. Non mi faccio domande sulle ricerche in merito. È stata una vera pausa: il tempo non è passato qui dentro. Forse fuori i minuti hanno continuato a correre, forse no. Voglio stare ancora qui, sembra di stare in un porto sicuro. Posso stare ancora qui. Devo stare ancora qui: i miei vestiti sono bagnati. La tropicale ruota panoramica dell’asciugatrice li aspetta. Tiro fuori altri due quarti di dollaro. È il prezzo per fermare il tempo, anche se solo qui dentro, nella laundromat.