Pimp my M6TTL!

Con il mio primo stipendio (sì l’*intero* mio primo stipendio) mi sono regalato una Leica M6TTL (e così ora mi ritrovo con 3 Leica…bella malattia la “Leichite perforante al portafoglio“…)

Questo post potrebbe anche avere i seguenti titoli: “Come migliorare o distruggere una M6TTL” o “Cose che farei alla mia M6TTL se il mio conto in banca fosse pasciuto almeno quanto me“. Tono: ironico.

  1. Aggiornamento del mirino a quello della MP, con aggiunta condensatore anti-flare e sostituzione vetri con quelli della MP. Costo indicativo: $500. Livello di utilità (1=max, 5=min): 2.
  2. Sostituzione bollino rosso “Leica” con bollino nero. Costo indicativo: pochi euro. Qualora si volesse utilizzare un bollino “Leitz” (da ridipingere di nero!! eresia!), il costo salirebbe di non poco. Livello di utilità: 5.
  3. Sostituzione della leva di ricarica con quella in stile MP/M3. Costo indicativo: ??? (mettiamo un $500). Livello di utilità: 2 (giudizio personalissimo e senza cognizione di causa: non ho mai usato una macchina con la leva in stile M3, ma non mi piace la plastica di quello di serie M6)
  4. Incisione Leica sul lato superiore. Costo indicativo: ??? (non voglio nemmeno immaginare). Livello di utilità: 500.
  5. Laccatura nera by Shintaro. Costo indicativo: ??? (+ costo del tempo di attesa…). Livello di utilità: 5000.
  6. Sostituzione vulcanite con pelle di emu tipo M6Tit o altro..Costo indicativo: ???. Livello di utilità: indefinibile.
  7. …consigli???

:D

Giornata lenta oggi in ufficio: domani è Thanksgiving…

Il sogno di F. P.

Voglio andare nello spazio
e gridare così forte
che nessuno mi sentirà.

Lavatrice a gettone. 26 minutes left.

Io non ero mai stato in un laundromat.

Un laundromat è una lavanderia a gettone.

Quando ci sei dentro il tempo non passa: è ciclico, come il giro dei cestelli. È scandito a blocchi di 26 minuti che scorrono in ordine decrescente sul rosso display a sette segmenti delle lavatrici. Non è un orologio, è un timer, che ti ricorda che sì, puoi prenderti quella mezz’ora scarsa di pausa. Totale. Non c’è fretta. È un timer stupendo che quando arriva a zero non suona allarmandoti come quello del microonde. Anzi, se nel ritmo ovattato degli ottovolanti per panni sei riuscito ad individuare la voce del tuo cestello, ti accorgerai del suo silenzio quando il timer segna lo zero. Intanto il tempo passa o forse non passa. Stai aspettando ma non è come alla fermata dell’autobus o sotto casa della fidanzata. Non hai la voglia pressante che l’attesa sia finita. Stai aspettando che la bussola impazzita del cestello si fermi e ti restituisca l’omnia munda. Non puoi accelerare il tempo che scorre a ritroso e nemmeno lo vuoi. Aspetti seduto sulla poltroncina quasi sfasciata, residuato di un salotto di seconda o terza mano, e guardi questo microcosmo di stereotipi umani nel luogo assurdo la cui topografia è composta da corridoi tra le lavatrici a gettone ($2.25, quarters only). C’è la proprietaria messicana, che si aggira nel covo di cubici ciclopi elettrici con il passo di un colonnello al Pentagono. C’è l’anziana coppia afroamericana: lui e lei, forti di anni di esperienza, non compiono un movimento più del necessario per estrarre i vestiti dall’asciugatrice e piegarli in buon ordine sul tavolo, in perfetta sincronia d’intenti e di gesti. Ci sono gli studenti. Puoi indovinare l’esclusività del loro college dalla qualità dell’abbigliamento griffato con lo stemma dell’università. Ma tutti indossano le stesse scarpe. Io sto seduto sulla poltroncina, mi puoi vedere se sbirci sopra l’ultima batteria di pezzi, ehm, di lavatrici. Osservo la scena sollevando gli occhi da Ossi di Seppia. Oggi ho ricevuto la mia iniziazione in questo tempio laico americano senza misteri. Sarei venuto prima se avessi saputo che avrei trovato qui, nel più pluralista dei luoghi, il momento intimo necessario per la lettura del tesoro lirico di Montale, ambrosia da gustare nella singolarità del proprio io.

Mi alzo, la mia pausa è finita: i miei vestiti sono considerati puliti ora. Non so chi, ma qualcuno ha deciso che non serve lavarli più di 26 minuti. Non mi faccio domande sulle ricerche in merito. È stata una vera pausa: il tempo non è passato qui dentro. Forse fuori i minuti hanno continuato a correre, forse no. Voglio stare ancora qui, sembra di stare in un porto sicuro. Posso stare ancora qui. Devo stare ancora qui: i miei vestiti sono bagnati. La tropicale ruota panoramica dell’asciugatrice li aspetta. Tiro fuori altri due quarti di dollaro. È il prezzo per fermare il tempo, anche se solo qui dentro, nella laundromat.

Camera con vista

Pareti spoglie, il bianco impera (e matta in 2 mosse). Solo sopra il mio letto c’è un arlecchineggiante patchwork di cartoline, sottobicchieri, biglietti di auguri, sacchetti del MoMA (?!). Il trionfo del minimalismo e la negazione dell’horror vacui regnano nella mia nuova stanza qui a Providence. Quanta differenza con la mia stanza a Padova, scrigno di ricordi personali accumulati negli anni, stratificazione di libri e oggetti da necessitare di carotaggi per superare la terza fila di libri, disordinatamente ordinati secondo una classificazione personale multiparametrica nota come R.A.N.D.O.M. (Remotely Analytical Non Deterministic Ordering Metric ossia Metrica d’Ordinamento Non Deterministica Remotamente Analitica).

Sono tornato a Providence, RI. Ho una camera da arredare e, assolutamente, abbellire. Una vita da organizzare. Un dottorato da prendere. Si prospettano mesi interessanti ma oggi la vita qui è un po’ spoglia, come lo sono, oggi, le pareti di questa mia stanza che ancora mia non sento. Mancano le cose belle, ma se spengo la luce, la stanza si riempe di ricordi. Grazie a tutte le persone con cui ho passato l’estate. Sono i ricordi di voi che mi riempiono la stanza di colori, voci, sapori e profumi. Molto meglio di un arredamento IKEA, senza dubbio.

P.S. Posto un po’ autoreferenziale, un po’ corto rispetto alla media, e un po’ non scritto bene. Dai, mi rifarò nei prossimi post, quelli lunghi e noiosi che a voi non piacciono ma che io adoro scrivere.

Rain sound

I love to work with my window open while it is raining. The sound of rain on the leaves, on the roofs, on the ground, is a natural counterpoint to the electromechanical typing clicks. The cold breeze that enters the window from time to time makes me shiver like a low voltage shock. I sneeze, losing the thread of what I was writing, then find it again and the reprise of the rhythmical clicks goes on.

Writing a thesis

…takes time, is stressing, is hard, is fun.

I’m defending on July 13th. =)

Per concludere

Non mi andava proprio di lasciare gli Stati Uniti senza scrivere un ultimo post sul blog. Non so se ce ne sia davvero bisogno, in fondo per i prossimi cinque quattro X anni andrò avanti e indietro da Providence, grazie a causa del mio dottorato a Brown. Non mi sento quindi (e questa è la terza frase di seguito che comincia con non) di dire che sto tirando delle somme, quanto che questo è un post di saluto, visto che, almeno finchè non torno qui, non manderò più spam avvisi di nuovi post.

Lunga introduzione per dire solo questo: grazie a tutti i lettori per il supporto lasciatomi sotto forma di lettura e di commenti in questi lunghi-corti mesi. È stato per me un bellissimo modo per sentirvi più vicini.

Ci vediamo presto a casa.

P.S. Sì, oggi ho un po’ abusato delle parole barrate, chiedo venia.

On blogging habits

I was skyping with my gf today (Yes, I have a gf! Yay!), and she asked my why I haven’t posted anything on my blog lately. My last blog entry is from May 2nd, which, in my opinion, is not so far in the past, but still, it is far enough to make someone asking me why there were no news on the front page.

Anyway, I will not tell any news in this post (well, I already did by telling you I have a girlfriend, but this is all you’ll get from me!). This post will be about blogs.

I wonder whether my blogging habits changed in the last few months because of Facebook. Some of you may use Facebook, others may use Twitter, others may do both (I don’t, but I do Facebook). Some of you had a blog before that and may be you still have it. Do you still update it as regularly as you have been doing for the last few years, before all these microblogging platforms appeared? Some of my friends who used to have a blog almost completely dropped them as they began using Facebook. Others only seldom post anything. What about you? My personal experience is that I see my blog in a different way now. In the past my blog was what my Facebook status is now, the only difference being that it was updated way less regularly and anyone could read it. I spoke about things I had been doing during the day, about feelings, about friends, about school and so on. Sometimes the post was 20 lines long, some other times it was 5 or less. I posted pictures on the blog. I don’t post pictures anymore because Providence is not such a photogenic city (not as much as any Italian city anyway), or at least I still have to discover its beauty, if it has one. In the last year I’ve been writing blog posts in Italian, after something like 3 years of English-only posts. In the last year, my posts became longer, sometimes too much longer, and they talked more about philosophy and society than about my life (or better, they talked more about my life as an experience of philosophy and society). I received much more comments on those posts, which I took as a good sign of appreciation by my readers (most of which are my friends in life). I am really happy of this change, but it is a change, which means I got something but had to leave something else. And what I left are “the good old blog posts” about what I have been doing during the day. I miss them, so I’ll start writing them again soon.

I care much more about my blog than about my Facebook status. First of all, my blog will last longer. I can take it offline, convert it to LaTeX and print it as if it was a real journal. Which it actually is! My blog is almost 7 years old. I got Internet connection 8 years ago. My blog must be important to me. But I feel like people are stopping blogging because of Facebook. If you are stopping too, think carefully before doing that: your blog will last longer than FaceBook and Twitter. You can take it offline and read it 20 years from now. Keep on blogging!

My girlfriend told me something else about my blog which I never thought about before: she read some of the old blog posts, most of those marked as Personal. Apart from this being an act of courage for my girlfriend (hi there!=) ), it is something really interesting. Think about it. People don’t stop reading at the end of the front page of your blog. They dig into the archives. They read the posts you forgot about long ago, probably the day after you wrote them. This is great. You may do the same and think about how much you changed since you posted that article. I love doing this. Do you think you can do the same with the Facebook status? or with your Twitter-whatever? Do you think you’ll be able to do that forever? With a blog you can! =)

Love your blog, and write, write, write…

Comments are most welcome, as always, but even more this time… =)

Books I’ve been reading lately

The following list is not sorted according to any criterium (subject, date, author,…) but randomness.

  • Seneca – Epistulae morales ad Lucilium
  • Charles Baudelaire – Les Fleurs du mal
  • Neil Gainman – American Gods
  • Eli Upfal & Michael Mitzenmacher – Probability and Computing :)
  • Paul Auster – Oracle Night
  • David Vestal – The Craft of Photography
  • Gopal K. Kanji – 100 Statistical Tests :) ))
  • Walter Benjamin – The Work of Art in the Age of Mechanical Reproduction

As a plus, a brief list of some books I am going to read in the near future follows. I still haven’t make up my mind about which book to read first, so suggestions are encouraged and appreciated. =)

  • Friedrich Nietzsche (Editors: Keith Ansell Pearson and Duncan Large) – The Nietzsche Reader
  • Paul Feyerabend – Against Method: Outline of an Anarchistic Theory of Knowledge
  • Ernest Hemingway – Across the River and into the Trees

Colazione da Starbucks

Dall’angolo privilegiato di uno Starbucks, guardo la Quinta Strada. Non i grattacieli modernisti, decò o futuristi, non le vetrine barocche, novelli ambienti rocaille, ma il dinamismo collettivo, il moto browniano macroscopico di uomini, automobili, taxi, altri uomini, altri taxi.

Mr Starbuck, nel Moby Dick di Melville, è il coscienzioso quacchero primo ufficiale del Pequod. Egli osserva e cerca di opporsi alla follia di tutto l’equipaggio, che trae origine da Ahab. In questo momento mi sento similarmente spettatore di un’enorme danza dionisiaca laica e quindi inutile perché svuotata del suo significativo rituale. Ma non per questo mi sento in diritto di sottrarmi dal partecipare.

Il mio Grande Cappuccino™ è troppo caldo e guardo la strada nell’attesa di poterlo sorseggiare senza bruciarmi.

Se contassi le sagome gialle dei taxi che sgasano sull’asfalto dovrei concentrarmi sulle decine ed ignorare le unità: come api sciamano sul reticolo di Manhattan pronti a cogliere il segno di una mano alzata. Ho la strana idea che ci siano più nazionalità rappresentate tra gli autisti di New York che sui seggi delle Nazioni Unite.

Nel mio angolo di Starbuck, sulla Quinta Strada, siamo in quattro. Alla mia sinistra uno stock trader sudcoreano controlla le quotazioni di Google Inc. (NASDAQ:GOOG) su un portatile Compaq. Davanti a me un homeless siede sulla poltrona in similpelle con la stessa eleganza di un membro del Knickerbocker Club. Sorseggia lentamente l’unica bevanda calda che può permettersi, degustandola in profondità. È l’unico qui dentro ad avere due bicchieri davanti a sè: uno per il caffè e l’altro per le monete. Già dal mio posto, a poco più di un metro, il rame e il nichel di cents e dime si confondono in un color caffelatte che predice il loro destino. Finita la bevanda con un sorso più lungo degli altri, l’uomo senza nome e senza casa rovescia le monete da un bicchiere all’altro, con la ritualità minimalista dei gesti quotidiani. Ha le mani tatuate di lettere e di rughe.

Tra l’homeless e il trader, pala centrale di un trittico di umanità urbana, una donna di cinquant’anni legge un romanzo lasciando tracce di rossetto sul suo Latte™.

Il rumore delle ordinazioni alle mie spalle è più fastidioso della monodia del traffico, mantra del XX secolo, ma riesco ancora a concentrarmi sulla Strada, allo stesso tempo cardo della cadente civiltà occidentale e decumano della civiltà che verrà, qualsiasi sia l’aggettivo che le verrà appiccicato in seguito, con lo stesso valore di un adesivo su un cartello stradale.

A Jena, Hegel scrisse di aver visto in Napoleone lo Spirito del mondo. Io lo sto forse osservando ora questo Spirito, diffuso su tutti i partecipanti di questa scena corale, opera di un regista dall’estetica troppo ermetica per essere compresa da un singolo. Lo splendore e i lati oscuri dell’Weltseele scorrono su noi e si alternano, come il sole e l’ombra illuminano e nascondono i passanti nella scacchiera reticolata di Manhattan.

Lascio un dollaro a fianco del bicchiere del senzatetto, ed esco ad assaporare la fredda aria primaverile, sulla Quinta Strada di Manhattan.