Are complex theories practical?

The end of my second year as a Ph.D. student is getting close and I must start thinking about a dissertation topic. At least, I already have some ideas about the areas of my dissertation: databases, data mining, and modern statistics and learning theory. The problem of learning drew my interest since I discovered there was a problem of learning, i.e., in philosophy class in high school. Being the grandchild of a philosopher, I just could not resist and I started wondering about knowledge and how we acquire it. Still, I have to admit I did not read much of the opinions of great thinkers of the past and the present on the matter.

Anyway, the following is a passage from the Preface to the First Edition of Vladimir N. Vapnik’s The Nature of Statistical Learning Theory, 2nd Ed.

[…] during the last few years at different computer science conferences, I heard reiteration of the following claim:

    Complex theories do not work; simple algorithms do.

[…] I would like to demonstrate that in this area of science[1] a good old principle is valid:

    Nothing is more practical than a good theory.

Vapnik does not say (at least in this Preface) whether a “good” theory could also be simple or actually have to be complex, nor whether the complexity of the theory has any significance on its being “good”.

Still, I like this passage. It is bold, effective, and probably true, especially in the part regarding computer scientists’ point of view.

1. ^ statistical inference.

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Sabato di Pasqua

Piove, fa freddo, preparo lo zaino: computer, articoli, libri, astuccio, borraccia. Indosso la giacca e vado, cammino fino al dipartimento.

Questa è una di quelle piogge sotto cui mi piace camminare, perché mi vengono in mente tutte le camminate fatte sotto la pioggia in montagna, con i miei fratelli scout, e l’odore del fumo di legna, e il vapore che sale dai maglioni bagnati, e una zuppa che brucia la gola, e le risate, e l’ipnosi della fiamma, e i brividi di freddo.

Andare per College Hill come fosse le Dolomiti, un marciapiede come ferrata, una strada come sentiero. Respirando fin da qui l’odore e il calore dei mughi sotto il sole agostano.

Sproloqui su xkcd

Mi domando sempre se l’immagine sia corretta. Nella terza vignetta in realtà ci sono infinite ricorsioni dell’intera immagine, quindi in quella vignetta c’è inchiostro infinito, per cui la seconda dovrebbe avere la terza barra più alta della seconda. Tuttavia, aumentando la terza, aumenta anche la seconda. Purtroppo non ci sono unità di misura sull’asse delle ordinate della seconda, quindi non è chiaro se l’ammontare di inchiostro indicato è relativo o assoluto. Nel primo caso, si dovrebbe vedere solo la terza barra, nel secondo caso la seconda e la terza dovrebbero avere entrambe altezza infinita. Un problema simile si pone per la prima vignetta: dal momento che la terza ha inchiostro infinito (e potenzialmente anche la seconda, si veda sopra) il grafico a torta non è corretto. Vi è poi un problema di finitezza o meno dei punti non inchiostrati, e a seconda dell’ipotesi il grafico a torta dovrebbe essere completamente nero o metà nero metà bianco.

Sanità mentale, questa sconosciuta…

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Una leggera colazione

Questa notte sono andato a letto alle tre di mattina. Prima ho guardato Il Ritorno dello Jedi e Lawrence d’Arabia. Buona doppietta, ero giù d’umore e mi servivano un paio di kolossal per tirarmi un po’ su. Mi sono messo sotto le coperte e faceva freddo. Ma freddo. Ma freddo. Avevo freddo alla faccia, alla testa, alle gambe, nonostante i calzini che normalmente a letto non indosso. Il freddo alla testa mi ricordava il freddo che sentivo in tenda in alta montagna, sui 2500m . Solo che sono a Providence ed è il 16 aprile. Credo di essermi addormentato sulle quattro, poi ho ricevuto due sms intorno alle otto, poi una telefonata dall’Italia alle nove e mezza, infine mi sono svegliato a mezzogiorno e quaranta. Faceva ancora freddo. Ha fatto freddo tutta la notte. O almeno, io sentivo tanto tanto freddo. Una chiamata in Italia mi ha scaldato il cuore, rimaneva da scaldare tutto il resto. È sabato. Ho il frigo pieno. È l’una e non mangio dalle sei di ieri sera. Cosa c’è di meglio di un lieto e lauto brunch in solitaria?

Ingredienti per un lieto e lauto brunch:

  • Uova: 2, da fare “sunny side up“, all’occhio di bue.
  • Salmone affumicato: 100g, da spalmare sui crostini col burro e da mangiare con le uova.
  • Honey Ham (prosciutto cotto): 3 fette, da scaldare e mangiare con le uova.
  • Burro: 50gr, per la padella delle uova e per i crostini al salmone.
  • Succo d’arancia (Tropicana, lots of pulp…): 2 bicchieri, minimo.
  • Latte: 300ml.
  • Granola con uvetta secca: io la misuro con le cups, saranno 80g. Da inzuppare nel latte.
  • Crostini o cracker: una decina, su cui spalmare il burro e il salmone.
  • Kiwi o frutta in genere: 1, per rifarsi la bocca.
  • Sale e pepe q. b.

Cosa mancava:

  • Persone con cui condividere: 1 o più.

Per questo ho deciso di condividere con voi. Ho ancora un po’ di freddo alle dita. Ma va meglio, molto meglio.

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Fama, fama a pacchi

È solo quando cominciano a scrivere blog post su di te che puoi dire di stare diventando famoso. Oggi a me è successo. Solo che il post me lo sono scritto da solo, ma Francesco l’ha pubblicato sul blog del suo matrimonio: I testimoni: L’Imperatore (Matteo R.). Per la cronaca, Francesco è il VIP con cui mi “scuotevo le mani” in un vecchio post.

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Machine Learning and Theory

This is exactly the point and is where I want to take my research!

“Machine Learning has become a very mathematical and statistical-based research area yet the theoretical computer science community hasn’t played the role in this area that we could have.”

From a blog post by Lance Fortnow



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Using a 28mm is hard

Brief update: in the end I did not enter the contest for the LEICA Oskar Barnack Newcomer Award, contrary from what I said a month ago or so. I just had no time to work on my pictures so well, here go my chances of taking part to it, given that I will not be eligible next year. Anyway, it does not matter much. In the last few days, I have been scanning again some (almost all) of my color film. My workflow is now much more consistent (minimal Vuescan + minimal ColorPerfect + minimal Photoshop) and I am much more aware of what I am doing. Reading the documentation helps, tinkering with the software helps even more. I also got a very nice book: The Digital Photography Workflow Handbook by Juergen Gulbins and Uwe Steinmueller. I am very satisfied with it, since it not only covers a lot of material in an easy way, but also tells the user why some way of (post)processing images is better than another. Given that I am now a bit more happy with my scanning+postproduction results, I am also very looking forward to go downtown to the new AS220 new digital photography space and print something on their printers. Yay for community art places (especially when they are full of nice people like AS220).

But let’s get back to the topic: by scanning my pictures I realized that I still do not master the Konica M-Hexagon 28mm f/2.8 properly. The covered field is very wide compared to my beloved Leica Summicron-C 40mm f/2 and, due to my glasses, it is very difficult for me to see the entire framelines of the 28mm in my Leica M6TTL. But this is also a bit of an excuse: reality is that the 28mm forces you to go much closer to your subjects, especially in the kind of street photography I love. So I am happy: the 28mm forces me out of my “comfortable space of action”, which is always a good thing for a (wannabe) photoamateur. I have to thank Filippo again for selling me (at a very good price, IMHO) this wonderful lens.

Uh, it’s funny: a post about photography with no photos at all…

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What’s on the stove?

Two different and (at the moment) unrelated posts are being cooked in the back of my brain by the unconscious chef. We’ll see. =)

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Errata and I

For some unknown reason (e.g., my being nerd) I love getting the errata for the books I buy and correct the copy in my possession. I don’t go as far as periodically checking whether a new errata came out. :)

Wait, didn’t I already write a blog post on this topic? Update: No, I just checked.

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Di Super Bowl, vite in valigia e pianti in volo

Oggi ho visto il Super Bowl, la finale del campionato di football americano, l’evento televisivo dell’anno qui negli States. Sì, ci sono i commercial, gli spot lunghi minuti che costano mezzo milione di dollari ogni secondo, ma quest’anno non sono stati particolarmente interessanti. Salvo giusto giusto quello di Volkswagen (video su YouTube), ma principalmente perché è ambientato nell’universo di Guerre Stellari e perché invidio molto un bambino con un costume da Darth Vader. Il Super Bowl, un evento molto americano. Uno sport da uomini, che lottano per una palla, sudano, se le danno, sono grossi come montagne … e si toccano molto il culo a vicenda per incitarsi. Come ha detto il mio amico Andrew:“Quando sei alto due metri e pesi 130 chili di muscoli, ti senti abbastanza certo della tua virilità”. Sarà proprio per questo che il quarterback degli Steelers di Pittsburgh, Ben Roethlisberger, è stato accusato due volte di stupro… In ogni caso, si toccano il culo, fasciato in pantaloncini aderenti. Mah. :D

Scrivere del Super Bowl mi è servito solo per rompere il ghiaccio. Per sgranchire la mano, per oliare il meccanismo che dal cervello porta alle dita, per tagliare il nodo gordiano del blocco dello scrittore. Lo facevano gli amanuensi prima di pararsi avanti i buoi, arare i campi bianchi con il bianco aratrio e spargere il nero seme, perché non dovrei farla io una toccata e fuga su tastiera americana per scaldare i muscoli e sciogliere il laccio dei miei pensieri?

Come da titolo, ora si parla di argomenti un po’ più pregnanti. Ieri ho visto un’altro “evento” molto americano, o almeno credo che lo sia. Ero downtown per andare ad un’inaugurazione e mi aspettavo il mio amico Marco in Kennedy Plaza, la piazza più centrale di Providence che è anche, per inciso, il terminal degli autobus della linea statale. Il suo terzo e non proprio lusinghiero ruolo è di punto di raccolta per tutti gli homeless, i senza tetto di Providence. Per qualche motivo quando sono a Padova non li vedo mai: forse non frequento le zone o forse non li scorgo o li ignoro completamente. Spero non quest’ultima. A Providence invece li riconosci subito:“Gotta change, mate?”, hai degli spiccioli, amico? La litania li accompagna come, purtroppo, la campana dei lebbrosi. Che triste similitudine. Torniamo a quello che mi è capitato, torniamo all’evento. Stavo aspettando Marco sotto una tettoia perché la pioggia cadeva fitta e nell’attesa mi beavo non solo della perfetta tenuta all’acqua della mia giacca in Goretex, ma soprattutto della perfetta tenuta e di quale ottimo acquisto sia stato il cappello impermeabile Stetson che indossavo, regalo della nonna. Ad un tratto, una figura caracollante entra in scena da sinistra. È un homeless di colore, con una barba scura ma venata di qualche filo bianco, come lo sono certi marmi. Indossa un lungo spolverino di quella che potrebbe essere tela cerata, ma forse ora è la mia memoria che lo sta inserendo in uno stereotipo non suo. Lo spolverino avrebbe un ampio cappuccio, ma questo rimane inutilizzato e cadente sulle spalle dell’hobo. Di robusta corpuratura, ma con le gambe corte e il passo dalla cadenza incerta e sgraziata, il senzatetto trascina dietro di sè un trolley. Una valigia da aeroporto, in buone condizioni per quanto posso vedere o almeno tutte le ruote girano bene, il manico è al suo posto e le cerniere sembrano tenere. La cosa stupisce. Carrelli della spesa carichi all’inverosimili, borse grandi e piccole, zaini stracciati: questi sono i tipici armadi dei senza tetto, quindi il trolley cozza un po’ con lo stereoptipo, in cui ormai non potevo proprio relegare il personaggio sulla scena, il quale ormai si sta allontanando sotto la pioggia verso i meandri di downtown Providence. Passato lo stupore, assimilata la difformità all’idea preconcetta, mi sono trovato a riflettere: quella valigia conteneva tutti gli averi che l’uomo caracollante non avesse addosso. Una valigia di 80x60x20 centimetri. Una valigia come quella che io porto avanti e indietro tra l’America e Padova, giusto per essere certo di avere tutto e più di quello che mi serve ovunque io vada e per trasferire al di qua e al di là dello stagno oceanico i regali da fare o ricevuti. Invece di attraversare l’Atlantico quella valigia attraversava Kennedy Plaza. Certo, data l’acqua che veniva giù dal cielo, alcune pozze tra la pavimentazione sconnessa potevano apparire quasi oceaniche, ma sarebbe tirare un po’ per il collo la similitudine. Allo stesso modo sarebbe esagerato tentare un paragone: non porto anche io la mia vita a spasso in valigia? Quando chiudo il lucchetto ed esco dal 154 di Doyle Avenue, non sto forse portando con me anche la mia vita? O forse un pezzettino rimane qua? O una grossa parte? Ma ugualmente, quando mi tiro dietro il cancello a casa, con quel cigolio che conosco da venticinque anni, quando lancio l’ultimo sguardo alle finestre di casa, non sto lasciando un po’ di vita dietro a quel cancello, dentro quelle finestre? Rovesciando i luoghi ma non i verbi, le domande permangono.

Non mi interessano le risposte. Ho una vita? Ho due vite? Non ne ho nessuna? Non mi interessa. Sto bene: sto bene quando parto, sto bene quando arrivo, sono contento di qua, sono contento di là. Il mese che ho passato a cavallo di Natale è stato tra i più intensi e ricchi di emozioni che ricordi. Il periodo precedente, qui a Providence, era stato caratterizzato da una febbrile attività come non mi capitava da tempo: è stato intenso e soddisfacente. Questi mesi prima dell’estate sembra saranno altrettanto eccitanti, con molte sfide in ogni campo della mia vita. Va così, va bene così. Sono qui, sono lì con voi, siete lì, siete qui con me.

Spettri urlanti si aggirano nel cielo Pianti in volo. Ultima parte. Merita un’introduzione a sè. Vi faccio fare il giro largo perché la strada è scivolosa, come certi marciapiedi di Providence in questi giorni in cui la neve accumulata si scioglie durante il giorno ma i rivoli d’acqua congelano non appena scendono a braccetto il sole e la temperatura, rendendo i marciapiedi un luogo adatto solo a danzatori sulle uova. Qualche giorno fa sono stato a vedere The King’s speech, Il discorso del Re. Millanta nomination agli Oscar, film con contesto storico, bla bla bla. Alla fine del film, una delle amiche presenti ha commentato:“Beh, sono anche riuscita a non piangere”. In quel momento ho sentito cosa volevo scrivere sul blog e ora lo sto scrivendo. Non so quale sia il motivo, ma la storia è questa: c’è un certo momento mentre sono in volo sopra l’oceano in cui, indipendentemente dalla direzione in cui vado, io comincio a piangere. Non c’è niente da fare, mi si riempiono gli occhi di lacrime e piango per cinque minuti. Poi mi soffio il naso e sto benissimo. Non so perché succeda, ma piango e penso a tutto quello che ho lasciato da una parte e a tutto quello che sto per ritrovare dall’altra. Mi piace pensare che succeda a metà strada, che il mio corpo e la mia anima in qualche modo sentano che in quel momento sono equidistante da Padova e da Providence e quindi il più lontano possibile da tutto quello che ho, dalla mia valigia della vita. È un pianto bellissimo e silenzioso, ma ogni lacrima è salatissima e mi irrita la pelle mentre si secca sugli angoli della bocca. Ogni atomo di ciascuna lacrima è ricamato da una risata che ho fatto con qualcuno, da un gesto, uno sguardo, un abbraccio, un maglione sformato, un paio di scarpe, uno slittino, un fiore donato, un caffè in compagnia, un cinque alto, una birra offerta, una cavolata su facebook o skype, un istante di vita da mettere in valigia. Non c’è limite di peso o di colli nella compagnia aerea su cui viaggio, Air Life.

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