Stasera è una buona sera per scrivere un nuovo post. Stranamente, non ho ancora scelto il titolo, qualcosa che di solito faccio immediatamente. Non l’ho ancora fatto perché sento che questo post potrebbe essere riempito con un fiume di coscienza che non so bene quali argomenti toccherà. Facciamo così, supponiamo che il fiume ci sia già, che scorra impetuoso davanti a noi. Non è proprio un fiume, è un grosso torrente che scorre in piano ma ha ancora tutta la potenza accumulata in montagna. Il letto di rocce, largo, larghissimo per accogliere tutta l’acqua del disgelo. Ho visto un torrente del genere, era il Tagliamento, e ora che ci penso sono passati più di 10 anni, anzi direi 12. Metà della mia vita. Insomma, c’è questo torrente, che prima dovevano essere i miei pensieri e invece ora è diventato l’ostacolo che devo superare per scrivere questo post. Strano che lo chiami ostacolo, visto che finora le parole mi stanno scorrendo veloci tra le dita che picchiano sui tasti morbidi della tastiera del mac. Come guadare questo torrente? Nel modo che da sempre mi piace di più: saltando di pietra in pietra, cercando al tempo stesso di tenersi in equilibrio su un piede e di scorgere il prossimo appoggio, accettando il rischio che ciò che sembrava a pelo d’acqua non lo fosse davvero e splash!
(Nel frattempo, ho scelto il titolo del post: Guado. Vediamo se resiste fino in fondo.)
Prima pietra. Come già detto, 12 anni fa guardavo e guadavo il Tagliamento. Poniamo questo fatto come pietra zero, perché quello che voglio raccontarvi invece è legato a un’esperienza avuta sei anni fa. Al momento, l’idea è che la seconda pietra racconterà un episodio di tre anni fa, la terza pietra uno di 18 mesi fa, e l’ultima pietra, o meglio la sponda altra del torrente parlerà di oggi. Proprio così, le pietre si confidano, come fanno appunto le pietre di un torrente quando ci si appoggia il piede. Se non capite cosa intendo, forse avete attraversato pochi torrenti. Dai, primo salto. Eccoci sulla pietra. Sei anni fa meno qualche mese, nell’Ottobre del 2004, mi fu donato un coltellino svizzero. Mi trovavo in Germania, a Karlsruhe, e avevo appena confermato la mia presenza al tavolo dell’organizzazione di EuroBSDCon 2004. Era la prima volta che la mia passione per i computer mi portava fuori dall’Italia, e non sarebbe stata l’ultima. Solo che come al solito io ero partito col botto: prima conferenza, subito come speaker: FreeSBIE – A code walkthrough and a case study. Il coltellino svizzero, un victorinox blu con la scritta “EuroBSDCon 2004″, era il regalo per gli speaker. Da allora, mi ha seguito un po’ ovunque e, fedele al suo epiteto di multiuso, ha svolto quasi ogni funzione, dall’aprire computer a togliere schegge di legno dalle mani, da tagliare petti di tacchino congelati a montare mobili IKEA, a riaprire ferite che non si stavano cicatrizzando bene (mia vecchia abitudine, non fatelo a casa…). L’ho qui davanti a me, e so di averne usato ogni componente, tranne il gancio, che non ho mai capito esattamente a cosa serva. Qualcuno una volta mi disse che era comodo per trasportare pacchi. Da quando me l’hanno regalato, l’aspetto del coltellino è decisamente cambiato. Ha un aspetto più vissuto, ha crepe, lame piegate, spillo e punte per cacciavite mancanti (per i nerd del genere, il modello è il CyberTool, d’altra parte cos’altro potevano regalarmi ad una conferenza di computer?). Sei anni ben spesi, per il coltellino. Come sono cambiato io in sei anni? Nell’ottobre 2004 ero iscritto all’università da un mese, e già arrancavo in Matematica A (canale 8-9, prof. Oscar Stefani). Non sapevo cosa avrei studiato negli anni a venire, ero triste perché da poco era mancato mio nonno Ezio, avevo smesso di fare scherma, ero insomma in uno di quegli ottimi pessimi produttivi inutili periodi di crisi adolescienzali. Se c’era una cosa che dava frutti era la mia passione informatica. FreeSBIE, il primo progetto serio a cui partecipavo, era nato da poco, grazie a Satu e Daved. Per una pazzia, Max Stucchi mi propose di mandare un breve paper a EuroBSDCon su FreeSBIE. Lo mandammo, lo accettarono, partimmo. Fu uno dei talk migliori che abbia mai dato, e, giusto per sfatare ogni mito, avevo preparato le slide il giorno prima e non avevo mai provato la presentazione. Fu forse la prima volta che pensai che mi sarebbe piaciuto farlo come lavoro. Dico, scrivere paper, andare a conferenze, tenere “lezioni”.
Seconda pietra. Tre anni fa, Giugno 2007. Che salto lungo, da Ottobre 2004. Quanto ero cambiato. I Disinformati erano parte integrante della mia vita, compagni di un’avventura che stava per finire, una tra le più belle e appaganti: il triennio di Ingegneria dell’Informazione. Mi luccicano sempre gli occhi quando ne parlo. A differenza dell’omonimo corso odierno, Informazione era un gioiellino per pochi-ma-buoni. Venti persone che si incoraggiavano a vicenda per superare esami fin troppo difficili (sì, sto esagerando). Professori che stimolavano l’interesse, disponibile e flessibili alle richieste degli studenti. Se penso che c’era gente che inanellava trenta e lode come io posso mangiare pistacchi, mi rendo conto di quanto la mia media del 26 mi rendesse uno dei mediocri della classe. Ricordo anche che a volte l’impegno richiesto era superiore a quanto il mio corpo potesse sopportare. Ricordo anche la pagina del Chiffi con il teorema del Dini. Ce l’ho davanti agli occhi. Era una pagina sulla destra, con una figura nel mezzo. A giugno 2007 ero all’ultimo esame e stavo per completare la mia tesi di laurea triennale. L’ultimo esame era Architettura degli Elaboratori, pane per i miei denti: dopo tre anni, finalmente riuscii a prendere un 30. La tesina era sull’argomento che più mi piaceva al tempo, la crittografia, con un relatore che mi lasciò carta bianca su tutto, e che negli anni successivi fu una guida costante. Già allora Andrea (e potergli dare del tu è per me un onore) mi spinse a migliorarmi con il suo consiglio: “Cerchi di mantenere una media alta. È importante non solo per un motivo di soddisfazione e orgoglio personale ma anche per aprire più strade future“. Ancora più fondamentale fu il suo “obbligarmi” a seguire il corso di un professore di cui non riuscivo a ricordarmi il nome, ma che sarebbe stato (ed è) ugualmente importante per me: Eli Upfal. Passai giugno a leggere libri di crittografia e a scrivere la tesi. Fu la prima volta che capii che mi sarebbe piaciuto farlo come lavoro. Dico, scrivere. O meglio, studiare e scriverne.
Terza pietra. “diciottomesi” suona meglio di “unannoemmezzo”. Gennaio 2008. Il 9 gennaio sostenni l’esame di Elementi di Algebra, forse l’unico esame difficile della laurea specialistica, a parte informatica teorica, ma per motivi differenti. Ottenni un 30 che mi riempì di gioia e di fiducia in me stesso. Dopo aver faticato ad ogni esame di matematica della triennale, ero riuscito a passare questo al primo tentativo, con il miglior voto (ma non aver scelto un teorema di Silow come domanda a scelta mi impedì di avere la lode…), e soprattutto con la convinzione di aver compreso bene gli argomenti. Aggiungo, con la scoperta eccezionale dell’assioma “studiare aiuta a passare gli esami”. Fu anche un mese di sofferenza, perché stavo aspettando il voto di Probability and Computing, l’esame con Eli, a cui già avevo chiesto se potevo venire a Brown a fare la tesi. Dopo molto penare, mi accorsi che i voti erano usciti il 23 dicembre, ma non nella solita sezione dell’antiquato SIS dove solitamente venivano pubblicati. Ricordo con un brivido la delusione quando mi accorsi che il mio voto corrispondeva al giorno di pubblicazione (23). Scrissi subito una mail al professore, chiedendo di poter rifare l’esame al secondo appello, ma Eli mi rispose che si era sbagliato a dare i voti, e che il mio voto effettivo era 28. Fiuuuuu, gran sospiro di sollievo. Magari ancora non il meglio, ma sufficiente a farmi sentire “good enough” per venire negli Stati Uniti. Fu in quel momento che capii che se tutto andava bene sarei arrivato qui, ma, lievemente scottato da un’occasione precedente, persa per questione di visti, sapevo che la strada era ancora lunga, e il decollo per Providence molto lontano. Comunque, era una strada in discesa: c’erano “solo” da superare 7 esami in 2 trimestri, un prof italiano da convincere. Andrea, ancora una volta, dovette subire i miei assalti e, dopo un momento di scetticismo, accettò di farmi da relatore. In quei mesi pensavo tanto. Pensavo a quanto avrei dovuto studiare, pensavo a quanto volevo andare negli Stati Uniti (per colpa merito di Luigi ho desiderato fare il dottorato negli USA da quando avevo 16 anni (pietra -1?)), a quante cose sarebbero cambiate. Pensavo, e praticamente non facevo altro. Fu la prima volta che decisi che mi sarebbe piaciuto farlo come lavoro. Dico, pensare (forte, e poi scrivere la soluzione, come insegna Richard Feynman).
Sponda Occidentale. Perché “occidentale” poi? Forse perché il torrente che ho appena passato non era proprio un rigagnolo, ma l’Oceano Atlantico. Forse le pietre parlanti su cui ho messo i piedi hanno raccontato come sono giunto qui negli Stati Uniti. Tra tre giorni salgo su un aereo e torno in Italia. Non è che sto ripassando il torrente. Per quello serve ancora un po’ di tempo, ma insomma, ci vediamo dall’altra parte.
P.S. Leggendo questo post, sembra che non abbia mai avuto incertezze, dubbi, esitazioni. Tutt’altro. Quest’esperienza è uno stimolo continuo: mi costringe a scavare dentro di me, a chiedermi perché, per chi, per cosa lo sto facendo. Le risposte non sono sempre positive e chi mi sente ogni giorno deve sopportare l’altalena del mio umore. Tuttavia vale sempre la pena di dare un calcio alla sillaba “IM” della parola “IMPOSSIBILE”.
“Vedi? Così va il mondo, a ognuno la sua arte,
entra nel gioco, gioca la tua parte.
Si sa, non è ancor nato chi goda l’avventura,
guardando il mondo dietro al buco della serratura!”Cenerentola, Canzone





