Oggi ho visto il Super Bowl, la finale del campionato di football americano, l’evento televisivo dell’anno qui negli States. Sì, ci sono i commercial, gli spot lunghi minuti che costano mezzo milione di dollari ogni secondo, ma quest’anno non sono stati particolarmente interessanti. Salvo giusto giusto quello di Volkswagen (video su YouTube), ma principalmente perché è ambientato nell’universo di Guerre Stellari e perché invidio molto un bambino con un costume da Darth Vader. Il Super Bowl, un evento molto americano. Uno sport da uomini, che lottano per una palla, sudano, se le danno, sono grossi come montagne … e si toccano molto il culo a vicenda per incitarsi. Come ha detto il mio amico Andrew:“Quando sei alto due metri e pesi 130 chili di muscoli, ti senti abbastanza certo della tua virilità”. Sarà proprio per questo che il quarterback degli Steelers di Pittsburgh, Ben Roethlisberger, è stato accusato due volte di stupro… In ogni caso, si toccano il culo, fasciato in pantaloncini aderenti. Mah.
Scrivere del Super Bowl mi è servito solo per rompere il ghiaccio. Per sgranchire la mano, per oliare il meccanismo che dal cervello porta alle dita, per tagliare il nodo gordiano del blocco dello scrittore. Lo facevano gli amanuensi prima di pararsi avanti i buoi, arare i campi bianchi con il bianco aratrio e spargere il nero seme, perché non dovrei farla io una toccata e fuga su tastiera americana per scaldare i muscoli e sciogliere il laccio dei miei pensieri?
Come da titolo, ora si parla di argomenti un po’ più pregnanti. Ieri ho visto un’altro “evento” molto americano, o almeno credo che lo sia. Ero downtown per andare ad un’inaugurazione e mi aspettavo il mio amico Marco in Kennedy Plaza, la piazza più centrale di Providence che è anche, per inciso, il terminal degli autobus della linea statale. Il suo terzo e non proprio lusinghiero ruolo è di punto di raccolta per tutti gli homeless, i senza tetto di Providence. Per qualche motivo quando sono a Padova non li vedo mai: forse non frequento le zone o forse non li scorgo o li ignoro completamente. Spero non quest’ultima. A Providence invece li riconosci subito:“Gotta change, mate?”, hai degli spiccioli, amico? La litania li accompagna come, purtroppo, la campana dei lebbrosi. Che triste similitudine. Torniamo a quello che mi è capitato, torniamo all’evento. Stavo aspettando Marco sotto una tettoia perché la pioggia cadeva fitta e nell’attesa mi beavo non solo della perfetta tenuta all’acqua della mia giacca in Goretex, ma soprattutto della perfetta tenuta e di quale ottimo acquisto sia stato il cappello impermeabile Stetson che indossavo, regalo della nonna. Ad un tratto, una figura caracollante entra in scena da sinistra. È un homeless di colore, con una barba scura ma venata di qualche filo bianco, come lo sono certi marmi. Indossa un lungo spolverino di quella che potrebbe essere tela cerata, ma forse ora è la mia memoria che lo sta inserendo in uno stereotipo non suo. Lo spolverino avrebbe un ampio cappuccio, ma questo rimane inutilizzato e cadente sulle spalle dell’hobo. Di robusta corpuratura, ma con le gambe corte e il passo dalla cadenza incerta e sgraziata, il senzatetto trascina dietro di sè un trolley. Una valigia da aeroporto, in buone condizioni per quanto posso vedere o almeno tutte le ruote girano bene, il manico è al suo posto e le cerniere sembrano tenere. La cosa stupisce. Carrelli della spesa carichi all’inverosimili, borse grandi e piccole, zaini stracciati: questi sono i tipici armadi dei senza tetto, quindi il trolley cozza un po’ con lo stereoptipo, in cui ormai non potevo proprio relegare il personaggio sulla scena, il quale ormai si sta allontanando sotto la pioggia verso i meandri di downtown Providence. Passato lo stupore, assimilata la difformità all’idea preconcetta, mi sono trovato a riflettere: quella valigia conteneva tutti gli averi che l’uomo caracollante non avesse addosso. Una valigia di 80x60x20 centimetri. Una valigia come quella che io porto avanti e indietro tra l’America e Padova, giusto per essere certo di avere tutto e più di quello che mi serve ovunque io vada e per trasferire al di qua e al di là dello stagno oceanico i regali da fare o ricevuti. Invece di attraversare l’Atlantico quella valigia attraversava Kennedy Plaza. Certo, data l’acqua che veniva giù dal cielo, alcune pozze tra la pavimentazione sconnessa potevano apparire quasi oceaniche, ma sarebbe tirare un po’ per il collo la similitudine. Allo stesso modo sarebbe esagerato tentare un paragone: non porto anche io la mia vita a spasso in valigia? Quando chiudo il lucchetto ed esco dal 154 di Doyle Avenue, non sto forse portando con me anche la mia vita? O forse un pezzettino rimane qua? O una grossa parte? Ma ugualmente, quando mi tiro dietro il cancello a casa, con quel cigolio che conosco da venticinque anni, quando lancio l’ultimo sguardo alle finestre di casa, non sto lasciando un po’ di vita dietro a quel cancello, dentro quelle finestre? Rovesciando i luoghi ma non i verbi, le domande permangono.
Non mi interessano le risposte. Ho una vita? Ho due vite? Non ne ho nessuna? Non mi interessa. Sto bene: sto bene quando parto, sto bene quando arrivo, sono contento di qua, sono contento di là. Il mese che ho passato a cavallo di Natale è stato tra i più intensi e ricchi di emozioni che ricordi. Il periodo precedente, qui a Providence, era stato caratterizzato da una febbrile attività come non mi capitava da tempo: è stato intenso e soddisfacente. Questi mesi prima dell’estate sembra saranno altrettanto eccitanti, con molte sfide in ogni campo della mia vita. Va così, va bene così. Sono qui, sono lì con voi, siete lì, siete qui con me.
Pianti in volo. Ultima parte. Merita un’introduzione a sè. Vi faccio fare il giro largo perché la strada è scivolosa, come certi marciapiedi di Providence in questi giorni in cui la neve accumulata si scioglie durante il giorno ma i rivoli d’acqua congelano non appena scendono a braccetto il sole e la temperatura, rendendo i marciapiedi un luogo adatto solo a danzatori sulle uova. Qualche giorno fa sono stato a vedere The King’s speech, Il discorso del Re. Millanta nomination agli Oscar, film con contesto storico, bla bla bla. Alla fine del film, una delle amiche presenti ha commentato:“Beh, sono anche riuscita a non piangere”. In quel momento ho sentito cosa volevo scrivere sul blog e ora lo sto scrivendo. Non so quale sia il motivo, ma la storia è questa: c’è un certo momento mentre sono in volo sopra l’oceano in cui, indipendentemente dalla direzione in cui vado, io comincio a piangere. Non c’è niente da fare, mi si riempiono gli occhi di lacrime e piango per cinque minuti. Poi mi soffio il naso e sto benissimo. Non so perché succeda, ma piango e penso a tutto quello che ho lasciato da una parte e a tutto quello che sto per ritrovare dall’altra. Mi piace pensare che succeda a metà strada, che il mio corpo e la mia anima in qualche modo sentano che in quel momento sono equidistante da Padova e da Providence e quindi il più lontano possibile da tutto quello che ho, dalla mia valigia della vita. È un pianto bellissimo e silenzioso, ma ogni lacrima è salatissima e mi irrita la pelle mentre si secca sugli angoli della bocca. Ogni atomo di ciascuna lacrima è ricamato da una risata che ho fatto con qualcuno, da un gesto, uno sguardo, un abbraccio, un maglione sformato, un paio di scarpe, uno slittino, un fiore donato, un caffè in compagnia, un cinque alto, una birra offerta, una cavolata su facebook o skype, un istante di vita da mettere in valigia. Non c’è limite di peso o di colli nella compagnia aerea su cui viaggio, Air Life.
Posted from Providence, Rhode Island, United States.