Loui’s

Architecture MixPerché alla fine è così che la musica classica dovrebbe suonare. Come suona da Loui’s, che tu apri la porta alle sei del mattino e dagli speaker esce il valzer del diavolo dal Bärenhäuter di Siegfried Wagner. Ma potrebbe essere anche il più leggero minuetto di Haydn, non cambierebbe. La musica classica dovrebbe suonare così e al diavolo la Musikverein. Perché da Loui’s la musica suona senza filtro, come i tuoi pensieri dopo una notte in apnea. Sogni di raffreddore di fine inverno. Crepi l’audiofilo, il riverbero è attutito dalle patate sulla griglia, dai pancakes annegati nello sciroppo d’acero (o pseudo). Il vibrato degli archi frigge la pancetta. Le uova in camicia, come un direttore durante le prove. Tu apri quella porta, dopo la sveglia involontaria alle tre, dopo due ore di lenzuola attorcigliate, dopo esserti lanciato giù da Hope Street, e poi Thayer Street, in bicicletta, senza mani, con la pila intorno alla testa, nel buio del sole dell’alba, dopo esserti sentito padrone della strada, e aver persino fischiettato quattro note di Tutta mia la città. Apri la porta di Louis e gli archi pungenti ti accolgono come il “bungiorno” (sic) del cameriere, che ti sa italiano. Perché la musica classica ha senso solo in un contesto, e possibilmente in un contesto pop, fatto di stratificazione, di uso del vecchio per costruire il nuovo a fianco del vecchio e farli vivere insieme. Come uno short stack di granola pancake con la frutta on top. Stratificazione.

6 different columnsStratificazione, perché solo dove c’è stratificazione c’è la Storia. Forse è vero che nei diner si trova la storia dell’America. Perché solo nei diner c’è stratificazione. Nei diner, eredi delle stazioni di posta, stazioni di posta essi stessi, nell’assurdo di essere spesso ricavati da vagoni ferroviari dismessi, e quindi frutto di una stratificazione che cambia il nato per muoversi in simbolo di stabilità e durevolezza, e quindi tradizione. Una carrozza pullman che diventa stazione. La Storia esiste dove il vecchio si è ritirato per lasciare un po’ di posto al nuovo. Il vecchio si è rincagnito in un angolo, in uno strato sottile di intonaco, in una fondamenta di pietre grosse, e ha detto al giovane “forza, sali sulle mie spalle”. Anchise che porta Enea, e Ascanio (lascialo entrare) aspetta il suo turno di giocare a cavalluccio. Perché la storia è fatta dai muratori, dai cuochi, da chi mangia nelle stazioni di posta. Dai quattro maseri della polizia di Providence che entrano da Loui’s e occupano un tavolo da otto, senza che risulti abbondante, anzi. Stratificazione di persone e di cibi. Stratificazione alle pareti, dove appaiono articoli su pagine ingiallite, fotografie stampate male in bianco e nero, quadri, ritratti, un incubo di sinarchia universale. Stratificazione sui piatti. Chi avrà mangiato dal piatto che ho davanti? La lavatrice toglie ogni residuo di cibo, ma non i segni dei coltelli. Scipione può piangere e spargere sale sulle rovine di Cartagine. Può radere al suolo ogni edificio, può vendere ogni punico come schiavo, ma se non toglie la penna a Polibio, come potrà distruggere Cartagine, far dimenticare Asdrubale? La Storia la scrivono i vincitori, ma i perdenti vivono nelle memorie dei primi, tragici nell’aver perso ma comunque ricordati. Come gli assassini con le puttane, i vincitori non sanno tacere le proprie gesta, monodicamente eroiche in un assolo corale di congratulazione reciprocamente masturbatoria. Perpetuano così solo la loro incapacità di essere distruttori. Non sarebbero nulla senza i perdenti. Solo sulle rovine di una città se ne può costruire un’altra. Stratificazione. Viviamo in una Hissarlik perpetua e globale, nella vana speranza di complicare il lavoro dell’Ultimo Schliemann, nella convinzione di aver cancellato i genitori, senza accorgerci che creiamo calici dorati con la loro polvere, case-torri con i loro marmi. Veneriamo il passato pur volendo distruggerlo, invece di identificarci con esso come fosse presente. Abbiamo l’arroganza dell’amanuense che striscia la pomice sulla Commedia di Aristotele. Palinsesti fallimento della civiltà. Stratificazione fallita. Stratificazione sminuente. Enea parricida. Tenetevi i vostri dischi magnetici, ottici, statosolidi. Nessuno si ricorderà di voi. Nessuno li userà come mattoni. Sovrascrivete voi stessi e non sarete mai sovrascritti, vi cullerete in un oblio così profondo da esservi stretto. Stratificazione solipsistica. Penne, carta, inchiostro. Fatemi essere un papiro dimenticato in una grotta, usato per sigillare un otre. Riutilizzatemi senza distruggermi. Leggetemi, annotatemi. Glosse e aggiunte, mai rimozioni. Trasformatemi in una pagina del Talmud. Quale pazzia nell’incubo di un mischiatore di arianesimi nefasti che vuole cancellare il Popolo del Libro. Esprime l’invidia del pene circonciso di un cristianesimo senza cabala, dove la magia della Fede si è persa nel razionalizzare l’origine della tragedia. Dioniso ride della deformità della propria faccia, ma la parrucca di Penteo è il simbolo della incapacità razionalista di accettare una madre baccante, di assimilare un passato che crede nella magia. La furia scientista pone l’uomo al centro di un universo che non ha fine, e quindi neppure può avere centro. Confonde teorie con verità, definisce assiomi e poi cerca di dimostrarli. Non si rende conto che veramente scientifica è invece la richiesta tragicamente ignorata di Archimede, che implora di avere un punto fisso d’appoggio, conscio della vacuità dei postulati. Mi spiace caro Agliè, ma tu sbagli quando dici a Garamond che “Nequaquam vacui è un principio rosacruciano che la scienza moderna ha dimenticato“. La scienza moderna è ossessionata da questo principio. Non vuole il vuoto nelle sue teorie. Vuole spiegare tutto, senza poter spiegare niente perché niente è dimostrabile se non si parte da assiomi. Falsificazione dell’altro non è dimostrazione del proprio. Come per Roma e Cartagine, abbiamo bisogno di distruggere l’altro per poter rafforzare la nostra presunzione di esistere, ma non possiamo distruggerlo completamente, o distruggeremo noi stessi, sempre se esistiamo. Stratificazione sull’altro falsificato per un’idea riflessa di essere, ed essere nel vero.

Le parole più importanti sono scritte negli spazi bianchi tra una riga e l’altra. Negativo di stratificazione.


Posted from Providence, Rhode Island, United States.

Comments 4

  1. papi wrote:

    Sugoso. Sono curioso di sapere quanto ci hai messo a scriverlo.

    Posted 06 Mar 2012 at 09:02
  2. Alvise Marinetti wrote:

    Letterati vi odio perchè poi dobbiamo venire noi dalle seconde linee e mettervi tutte le note a piè pagina.
    E comunque io no, quando mi sveglio nel cuore della notte con la fame nera di solito non mi faccio nemmeno sfiorare da pensieri come le guerre puniche; solitamente per scrivere: “Stratificazione sull’altro falsificato per un’idea riflessa di essere, ed essere nel vero.” mi serve ben altro che la fame.

    Posted 06 Mar 2012 at 10:00
  3. mirko wrote:

    Sono due le stratificazioni che conosco io:
    1) la cassata siciliana
    2) la mia pancia (specie dopo aver mangiato la cassata!)
    Si vede che non sono un letterato?
    Ciao IMPE!!!!

    Posted 09 Mar 2012 at 09:46
  4. Maddy wrote:

    Solipsistica

    Posted 14 Mar 2012 at 09:47

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