Gerusalemme pagana

New York. Manhattan. Downtown Manhattan. Financial District. Neve. Neve il 28 ottobre. La stazione della metro di Fulton St. è chiusa per lavori. Salvifico, un taxi appare all’incrocio con Williams. Non è off duty. Salgo e lo lancio verso 42st and 3rd. La corsa in taxi è lunga e i pensieri si srotolano in un mattino di inverno anticipato.

Non riesco ad affrontare New York, non riesco a sconfiggere Manhattan. Non riesco a non vestire i panni del ragazzo di provincia che arriva nella Grande Città Luminosa. Non riesco a non appiccicare il naso al finestrino del taxi, ammirando la nostra di abilita’ di costruire formicai di vetro e cemento. Io, abitante del primissimo mondo, vorrei arrivare a New York e non sentirmi spogliato delle mie sicurezze. La vita si vive e si muore nella Scacchiera delle Avenue come in ogni luogo, ma come una falena mi innamoro delle luci e le inseguo, dimentico delle certezze. Sono confuso. Con il diploma firmato dall’educatrice catodica mi sono registrato all’anagrafe dell’omologazione, cittadino della nazione-mondo che in questa Griglia identifica la propria capitale. Il mio passaporto d’Occidente dovrebbe permettermi di essere a mio agio nel centro pulsante della religione consumistica terracquea, un credo i cui santini subculturali sono nel portafoglio mentale di quattro miliardi di persone: la Coca-Cola, Michael Jackson, Karol Wojtyla e il corpo diafano delle top model. Grazie all’imprinting mediatico dovrei riconoscere ogni angolo dell’Isola-Castrum, sciogliermi nella camminata veloce ed efficace di chi abita i canyon artificiali, identificare con sicurezza la direzione verso cui pregare i fauni arborei di Central Park, piuttosto che Nostra Signora Prostituta della Libertà. Come si conciliano questi due aspetti, la voglia e il dovere di stare a Nuova Amsterdam, e la confusione personale che provo quando raggiungo la Meta-Mecca? Questo è il mio mondo, il mio posto, il centro di gravità di un sistema intraplanetario verso cui ci viene chiesto di tendere, da leggi non di natura, ma di cultura bassa. Il disorientamento che provo è forse simile a quello di una bussola posta al polo magnetico, soggiogata da un campo troppo intenso per trarne direzioni coerenti con la strada percorsa. Sono sottoposto agli elettrodi di un incestuoso culture shock e la sindrome di Stendhal mi spingerebbe a distruggere l’opera d’arte che anelo di possedere. Sotto la pressione di troppi input, il limite teorico dell’informazione viene sfondato come una barriera doganale nel giorno dell’invasione e non c’è distinzione ed analisi, ma solo un continuum di impulsi sensoriali a cinque dimensioni, flusso omnidirezionale ad estirpare il pensiero lineare.

Troppo attento a dipanare ogni centimetro del mio gomitolo di riflessioni non mi sono accorto che le idee si sono intrecciate nuovamente appena uscite dal cono di luce dell’attenzione. Lascio che altra lana grezza si accumuli ai piedi del telaio di neuroni. Altre immagini, suoni, odori, sapori, esperienze tattili. Altre persone, luoghi, emozioni. A formare senza volerlo il desiderio di continuare la ricerca del Centro che le riconduca a essere coerenti tra loro nella loro incoerenza tra se stesse. Ex pluribus unum.

New York. Manhattan. Midtown. 42nd and 3rd. Ancora neve. Neve il 28 ottobre.

Seneca, Lettere a Lucilio, Libro 1, Lettera 7, Paragrafi 6-8.

Posted from Providence, Rhode Island, United States.

Comments 5

  1. papi wrote:

    Bravo. Il Centro sono me.

    Posted 01 Nov 2011 at 02:18
  2. lady cocca wrote:

    Mi sorprendi. Ogni volta. Grazie di avere cristallizzato quelle senzazioni che avevo dimenticato e ora riemergono. E’ così. E’ proprio così…

    Posted 01 Nov 2011 at 03:57
  3. Fede wrote:

    Bentornato.

    Posted 01 Nov 2011 at 04:32
  4. Alvise Marinetti wrote:

    ottumo

    Posted 02 Nov 2011 at 07:46
  5. mirko wrote:

    …le Sirene di Ulisse esistono eccome!
    Un abbraccio con confetto! :)

    Posted 02 Nov 2011 at 08:21

Post a Comment

Your email is never published nor shared. Required fields are marked *