… negro semen seminaba

Laying the table È stata colpa loro, vi dico, sì, loro, di Calvino e Pirandello. Me ne stavo tanto bene io, con i miei zero libri letti nel 2011. Ah, no, non giudicatemi male. Zero completati, per essere precisi, uno pure l’avevo iniziato, ma ho perso il ritmo e non l’ho finito. Me lo sono portato avanti e indietro sull’oceano ma niente, in tre mesi non ne ho letta una pagina. Dicevo che me ne stavo tanto bene senza aver letto alcun libro per quasi sei mesi quando sullo scaffale sono apparsi loro, preannunciati solamente da Bar Sport di Benni. Un libro innocuo, piccolo, fin troppo pieno di luoghi comuni veri, tanto da chiederti se sia stato scritto solo per soddisfare l’ego di quei cliché davvero esistenti in qualche bar di Bologna. Scritto solo perché così Benni potesse dire loro:”Ecco, visto? Vi ho messo in un mio libro, ora lasciatemi bere il caffè”. L’ho letto veloce, scorreva bene, merito dei luoghi comuni. Nessuna sopresa, nessuna riflessione. Arrivato alla quarta di copertina, l’ho riposto nello scaffale degli autori italiani misti, ossia quelli di cui posseggo solo uno o due libri. Ma Benni era l’esca. Era il cappello da cowboy appoggiato ad una roccia, che tu spari lì e poi ti avvicini tutto baldanzoso convinto di aver fatto secco il cattivo, e lui ti sorprende alle spalle. Me li vedo, Calvino e Pirandello vestiti da cowboy, con speroni e fazzoletti. Rispetto a loro, il Benni di Bar Sport può fare giusto il cappello. Ma la trappola aveva funzionato: non avevo ancora finito di riporre la misera spoglia di quella che credevo la mia ultima vittima (ed era invece il primo libro che leggevo nell’anno), quando mi sono saltati addosso e mi hanno costretto a seguirli. O meglio, a farmi seguire da loro. Sì insomma, mi hanno obbligato a portarli con me nei tre quattro giorni al mare che avevo in programma. Magnanimi, con la magnanimità dei tiranni sulle loro vittime, hanno lasciato che fossi io scegliere quali loro opere mettere in valigia. Ho pensato di fregarli prendendone due che non avevo mai letto: Lezioni Americane per Calvino, Le Novelle per Pirandello.

Three white prayersMa niente, mi hanno fregato loro. Lezioni Americane non è un romanzo, è uno stramaledetto saggio su come si scrive o anzi, su quali principi dovrà basarsi la letteratura se vuole sopravvivere nel terzo millennio. Ora, io non sono proprio un grande teorico dell’arte della parola scritta, e ho letto meno romanzi di quelli che vorrei, e meno autori di quelli che vorrei, per cui se qualcuno mi dice:”Ah ma no sai, Tizio scrive più asciutto, molto più veloce e moderno di Caio: meno aggettivi, meno subordinate”, io annuisco senza capire: quando leggo un romanzo, io seguo la storia, non conto gli aggettivi. Purtroppo per me, Lezioni è tutto così:”Ah, non c’è nessuno come Autoreuno per la leggerenza, ma Autoredue sa esprimere più molteplicità, e la rapidità? dove la mettiamo la rapidità?”. Sì vi deve essere chiaro che non sarebbe stato proprio un libro per me ma non è per questo che Calvino mi ha fregato. Poi vi spiego. Ho letto (per intero) le Lezioni e ho capito quel che potevo e quel che volevo, e ne sono stato pure contento, anche perché l’ho comprato ormai otto anni fa e non mi piace che i libri diventino aceto. Poi sono passato alle Novelle. Quante novelle di Pirandello vi ricordate dal liceo? Una? Due? Dai, “Ciaula scopre la luna” la si legge tutti, e così anche “La Patente“. Beh, io devo ancora finire di leggerle tutte, vado avanti ad una/due al giorno e smetto solo perché le leggo alla sera e ad una cert’ora i sogni propri attirano più della scrittura altrui. Dicevo, non le ho ancora lette tutte, ma ve lo dico, sono magnifiche. Ed qui che Pirandello mi ha fregato. Sono troppo belle. Sono così godibili che sembrano scritte con facilità, forse con quella leggerezza di cui parla Calvino nelle Lezioni, pur trattando temi e soggetti pesanti come certe condizioni umane. Sono così ben scritte che quando le leggi ti viene voglia di scrivere. È di questo che do la colpa all’uno e all’altro, a Calvino e a Pirandello. Il primo mi propina dei pistolotti su come si può essere leggeri, rapidi, esatti, rivelatori (o celatori), molteplici quando si scrive. Cita la filosofia di Gadda e lo Zibaldone del Gobbo di Recanati, Mallarmè e Noam Chomsky, arriva pure a toccarmi l’GEB-EGB di Hofstadter e io quasi impazzisco e grido al sacrilegio. Mi parla Wittgenstein e Lucrezio come se ogni giorno noi quattro prendessimo insieme il the sul patio. Ed io, capra, che lo adoro da quando a 11 anni ho provato a leggere “Se una notte d’inverno un viaggiatore” senza capire un’ostrega, io (capra!) lo ascolto, gli credo, rifletto sul mio modo di scrivere, su questo diamine di blog che ho il rimorso di trascurare.

In the labL’altro, il Nobel, uno che dal nulla ti spara una frase come:

“[L'aria nuova] s’era come diffusa sui roggi tetti ammuffiti e in ogni angolo del vecchio sonnolento paesello e lo ilarava tutto (agli occhi degli uomini, s’intende)”

che quando la leggi ringrazi il cielo per il dono la lingua italiana, questo vecchio siciliano dalla barba curata che tutti impariamo essere nato a “Girgenti (oggi Agrigento)”, questo qui ti fa credere che scrivere sia facile come bere un bicchiere di vinello fresco all’ombra di un pergolato, in un assolato pomeriggio siciliano. Questi due galantuomini hanno la colpa di avermi fatto venire voglia di scrivere, e quando ho di questi desideri io mi torturo perché scrittore non sono, seppure la mente mi si affolla di luoghi, di situazioni, di personaggi che vogliono essere scritti. Ma eccomi, da stilita senza stilo non cedo alle tentazioni dell’inchiostro, elettronico o meno: so bene io quale sofferenza sia scrivere. Conosco per averlo guardato l’infinito orrore del foglio candido. Celo ancora le ferite procuratemi nelle aspre lotte con me stesso per ricordarmi un’immagine, una frase, un inciso che mi ha fulminato un giorno, un’ora, un minuto prima e che, non avendomi trovato pronto ad possederlo, cerca già riparo presso un altro scrivente. No, no, io non inizio a scrivere, perché temo di non finire, e una storia scritta a metà è peggio di una non scritta. Ma peggio di una storia scritta a metà c’è una storia che non finisce mai, e anche di questo ho paura: di iniziare e di non riuscire più a finire, che di storie da raccontare ce ne sono troppe, una per ogni uomo che ha messo piede su questo sasso blu, e tutte le storie vogliono essere raccontate, e vagano in cerca di un pazzo timido e presuntuoso che crede di saper raccontare le storie degli altri per poter evitare di raccontare la propria.

Posted from Providence, Rhode Island, United States.

Comments 6

  1. mirko wrote:

    Ehilà prof! Mi sa tanto che ad Ottobre sarò uno di quelli che incontrerai! Scrivere…già! Senza la tastiera mi sono reso conto che comincio ad avere qualche difficoltà (dislessia da tastiera)!
    Il mio solito abbraccio e buon inizio di anno accademico. Ci si vede!

    Posted 08 Aug 2011 at 01:41
  2. Edo wrote:

    E invece dovresti raccogliere la sfida e.. scrivere. Ci possono essere difficoltà certo, all’inizio. Ma dar vita alle situazioni e persone che albergano la tua fantasia non ne vale forse la pena?
    Io credo tu abbia le qualità per farlo, se lo volessi.

    Posted 08 Aug 2011 at 02:08
  3. Fede wrote:

    Beh, se la frequentazione di quei brutti ceffi dà poi origine a post come questo, temo proprio che i the sul patio saranno caldamente consigliati da tutti i tuoi lettori!!

    Posted 08 Aug 2011 at 03:13
  4. Alvise Marinetti wrote:

    Riondato però noialtri t’avevamo mandato a Providence, RI per studiare i numeri!

    Posted 08 Aug 2011 at 11:37
  5. papi wrote:

    sei scrittore eccome … ma non vuoi! :-) ) baci, papi

    Posted 09 Aug 2011 at 00:47
  6. Maddy wrote:

    Mi permetti un affettuoso “vaffanchiulo”?
    ……le motiviazioni, le spiegazioni potrebbero essere tante, ma penso che la parola possa bastare a e per se stessa..
    e ora un, UNO, abbraccio. ciao.

    Posted 04 Sep 2011 at 15:43

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